Relazione del seminario dell’Università Estiva de “L’Ernesto”

Relazione al seminario: “LOTTA ALL’IMPERIALISMO E NUOVO QUADRO MONDIALE. UNA VISIONE SULLO STATO DEI PARTITI COMUNISTI , DELLE FORZE E DEI MOVIMENTI CHE LOTTANO SU SCALA MONDIALE CONTRO L’IMPERIALISMO”
Tra le diverse realtà politiche del panorama nazionale, l’area politica-culturale de “L’Ernesto” del Partito della Rifondazione Comunista, è sicuramente una delle più interessanti e si distingue per lucidità nell’analisi della politica internazionale e il ruolo dei Partiti comunisti nel quadro della lotta planetaria contro l’imperialismo statunitense. Tema a cui è stata dedicata una delle tre iniziative de “L’Università d’Estate” nella tre giorni di “Comunisti in Festa”, svoltasi a Bologna tra il 26 e il 29 agosto.
L’iniziativa si è articolata in tre diverse relazioni dedicate ad aree geopolitiche connesse sia all’analisi dei processi di ricomposizione e partecipazione dei Partiti Comunisti nei rispettivi contesti nazionali, sia alla rete di rapporti di Stati e soggetti politici che si configurano come alternativi rispetto al Polo euro-atlantico.
Mauro Gemma (Direttore della rivista “L’Ernesto”) ha concentrato il proprio intervento sulla situazione politica dell’Europa Orientale e dello spazio post-sovietico, dove ogni classe dirigente, nell’arco di vent’anni dallo scioglimento del Patto di Varsavia e dell’URSS, ha reagito in maniera differente rispetto ad un passato da taluni ritenuto essenzialmente negativo, giudicato positivamente da paesi come la Bielorussia che si pone in continuità, e infine dalla Federazione Russa che, pur non adottando un sistema economico di tipo socialista, ne rivendica il ruolo di Potenza mondiale. Laddove la strategia di accerchiamento degli USA necessita del sostegno totale di nazioni storicamente ostili alla Russia in ogni sua forma politica, negli ultimi anni, si sono verificati, anche col sostegno dell’Unione Europea, fenomeni di repressione e discriminazione nei confronti dei comunisti. Persecuzioni politiche imbastite nei Paesi baltici, dove il risentimento politico nei confronti dell’URSS s’intreccia con la xenofobia diretta contro le comunità russe, in Polonia dove l’apologia di comunismo è un reato, in Repubblica Ceca – invano – per dichiarare fuori-legge il KSM, organizzazione giovanile del Partito Comunista di Boemia e Moravia. Salvo quest’ultimo, che raggiunge tra il 13 e il 18% dei voti, nei diversi Stati dell’ex Comecon, i Partiti comunisti ricoprono un ruolo marginale dovuto anche all’incapacità di consapevolezza e indagine delle cause che hanno generato il fallimento delle esperienze del cosiddetto “socialismo reale”. Nonostante ciò segnali positivi giungono, ad esempio, dalla Romania, dove recentemente è stato ricostituito il P.C. del defunto presidente Nicolae Ceaușescu. Situazione diversa si verifica in Bielorussia. Il Kommunisticheskaya Partiya Belorussii sostiene apertamente il governo del Presidente Alexander Lukashenko, da non confondere col PKB che, pur autodefinendosi comunista, è notoriamente di opposizione e filo-occidentale. La ex Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia del legendario Grigory Ivanovich Kotovsky (1) , è l’unico Paese in cui un Partito Comunista è la prima forza politica che governa la Nazione. Misure di contrasto nei confronti della corruzione e di intervento pubblico da un lato, riavvicinamento alla Russia, conclusione di accordi commerciali con la Repubblica Popolare Cinese e nel contempo apertura e collaborazione con le istituzioni europee dall’altro, hanno caratterizzato la politica governativa del P.C. Moldavo dal 2001 ad oggi. Nonostante ciò, il paese è costantemente sottoposto a tentativi di destabilizzazione provenienti dalla vicina Romania che ne rivendica l’appartenenza, ovviamente sotto pressione degli Stati Uniti. Completamente diverso è lo stato in cui versa il Partito Comunista dell’Ucraina di Petro Symonenko, che appoggia il governo di Victor Yanukovich. Un partito che raccoglie adesioni soprattutto nel Sud-Est ucraino dove l’alta presenza di russofoni ha bensì garantito la vittoria al Partito delle Regioni, ma ancora pochi voti al K.P.U. Nelle altre ex repubbliche sovietiche Caucaso e del centro dell’Asia, si segnala la presenza di Partiti Comunisti che, pur richiamandosi al glorioso PCUS, non raggiungono percentuali significative. Il Partito Comunista della Federazione Russa è indubbiamente l’organizzazione più consistente e superiore rispetto ai partiti fratelli dell’ex URSS. Fondato nel 1993 soprattutto ad opera dell’ex responsabile per l’ideologia e propaganda del PCUS, Gennadij Andreevič Zjuganov, dimostra alla prima tornata elettorale (raccogliendo l’11%) che la prospettiva socialista in Russia non è definitivamente tramontata, così come si augurava la cricca di El’cin, i loro sostenitori occidentali e lo stesso Gorbaciov, accusato di tradimento per aver condotto il paese verso la restaurazione del capitalismo. Una delle peculiarità di questo Partito è la centralità del richiamo patriottico e identitario rispetto a questioni sociali, tentando di conciliare marxismo-leninismo e tradizione culturale russa, compresi i richiami alla religione cristiano-ortodossa , sino a coniare la definizione di “Comunismo di Potenza”. Il “Programma Minimo” approvato al II congresso del 1995, è basato – appunto – principi di “economia mista”, su aperture agli esponenti della borghesia “patriottica”, su appelli all’orgoglio nazionale e alla contrapposizione dei valori spirituali russi all’invadenza culturale dell’Occidente. Una operazione che ha portato il KPRF a raggiungere il 22,3 % dei voti e a ottenere 157 seggi nella DUMA. L’ingresso sulla scena politica di Vladimir Putin ha sottratto consensi al Partito Comunista, poiché l’impatto positivo sull’opinione pubblica russa è stato ottenuto raccogliendo le tematiche e le parole d’ordine del KPRF, a partire dallo spiccato patriottismo, alla cesura operata con le componenti dell’èlite che spingevano per l’occidentalizzazione del paese, alla nazionalizzazione dei settori strategici dell’industria, ad una politica estera mirante al recupero dell’influenza nello spazio post-sovietica e dello status di Potenza mondiale. Nonostante ciò, il Partito, in virtù di una opposizione costruttiva che alterna il sostegno alle iniziative di Politica estera del governo, con la difesa dell’esercito e il contrasto a misure liberiste, rimane la seconda forza politica organizzata della Federazione Russa.
Francesco Maringiò (Dipartimento Esteri del Partito della Rifondazione Comunista) ha preso in esame la situazione di tre aree molto importanti nel quadro della contraddizione mondiale tra elementi di ripresa dell’imperialismo e il mutamento dei rapporti di forza sotto la spinta di potenze emergenti: Medio Oriente, Africa, Americhe.
La centralità della questione palestinese nello spazio arabo-islamico e la sua mancata risoluzione, costituisce uno dei maggiori ostacoli al piano americano di Grande Medio Oriente, che prevede la normalizzazione delle tensioni sociali, religiose e nazionali dell’area. Ogni governo, compresi i più reazionari e atlantici, come quello di Hosni Mubarak in Egitto, è costretto a fronteggiare il sostegno popolare alla causa palestinese e la crescente ostilità nei confronti di Israele e Stati Uniti.
L’inconsistenza della tesi sostenuta in Europa, anche da forze di sinistra o che si reputano progressiste, su “due popoli – due Stati” è il punto centrale della riflessione che coinvolge anche la guida del movimento di resistenza palestinese. E’ impossibile sostenere la creazione di uno Stato palestinese, quando questa entità è ormai ridotta alla sola Striscia di Gaza e alla Cisgiordania dove Check Point e insediamenti dei coloni israeliani, ostacolano la vita dei villaggi arabo-palestinesi. L’idea di un unico Stato multietnico e multi religioso che preveda l’inevitabile scioglimento dell’entità sionista, è la proposta del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Una proposta politica situata al centro del dibattito che coinvolge tutte forze della resistenza, progressiste (FPLP, FDLP, Al-Fatah ecc.) ed islamiste (Hamas, Jihad Islamica) , e che vede in Marwan Barghuthi il punto di congiunzione. Ma la campagna di moralizzazione e l’obiettivo di unità delle forze di resistenza palestinesi, cavalli di battaglia di Barghuthi, non sono state prese in considerazione nell’ultimo congresso di Fatah, dove Abu-Mazen impone una linea moderata e funzionale all’espansionismo israeliano. Il crescente peso dell’Islam politico in Medio Oriente non deve essere sottovalutato né osteggiato, il riferimento ad Hezbollah, ad Hamas e alla Repubblica Islamica dell’Iran è d’obbligo. Soprattutto quest’ultima, costantemente sottoposta al bombardamento dei media occidentali, a campagne di disinformazione seguite da tentativi di destabilizzazione interna. Il cosiddetto “movimento verde” lungi dall’essere una forza di rinnovamento, di progresso e di liberazione, così come viene presentato in Europa anche da personalità e gruppi di “sinistra”, rappresenta in realtà una minoranza riconducibile alla borghesia di Teheran, contrapposta al proletariato e alle masse popolari che appoggiano la rete Basiji e il governo di Ahmadinejad. Quindi lo scontro politico tra Potenze si traduce in uno scontro tra classi: tra gruppi della borghesia che vedrebbero tutelati i propri interessi con un cambio di guardia al vertice, sostenuto favorevolmente da Washington, e popolo iraniano che difende il proprio legittimo governo.
Un eventuale aggressione militare o una “rivoluzione colorata”, metterebbe in discussione i solidi legami commerciali, di cooperazione economica e politica che l’Iran ha instaurato con altri centri di resistenza all’imperialismo statunitense: dalla Cina alla Russia, dal Venezuela a Cuba, dal Libano alla Siria.
Per quanto riguarda il continente africano due sono i fenomeni che il relatore considera rilevanti: l’ascesa della potenza sudafricana e l’ingresso politico-economico della Cina. Entrambi destano preoccupazione negli USA. La nascita dell’Africa Command (AFRICOM), organismo del dipartimento americano della Difesa responsabile per le operazioni e relazioni militari con i paesi africani, è riconducibile al timore di una seconda ondata di decolonizzazioni, che metterebbe in seria discussione l’influenza americana nel continente e lo controllo delle sue risorse. La politica di cooperazione della Cina in Africa (volgarmente definita di “penetrazione” dai Think-Tanks occidentali), non è basata su uno scambio ineguale che genera dipendenza, ma su un mutuo scambio dove risoluzione di problemi infrastrutturali, forme di prestito agevolato e investimenti, non sfocia in una nuova spirale di neo-colonialismo. L’Angola è uno dei paesi-simbolo della nuova cooperazione sino-africana.
L’ascesa economica e politica della potenza sudafricana influisce sugli equilibri internazionali, poiché la probabilità che questa Nazione entri nel gruppi dei paesi BRIC (Brasile- Russia – India – Cina) soggetti precursori e fondatori di un nuovo ordine economico e politico mondiale (2), è molto alta. Da segnalare la presenza del Partito Comunista nell’attuale coalizione governativa di cui l’Africa National Congress (ANC) è il primo Partito . Il dicastero dell’economia è a guida comunista e lo spostamento a sinistra nell’ultimo congresso dell’ANC (2009) hanno portato a nuove politiche di redistribuzione della ricchezza quindi di riduzione delle disparità economiche-sociali.
“Venti d’integrazione” regionale s’agitano nel Sud America e la prospettiva di un blocco sempre più ampio di Stati che cooperano attivamente ad ogni livello, riduce notevolmente l’ingerenza degli Stati Uniti, proprio in quello che era definito il “cortile di casa” degli yankee. La Repubblica di Cuba ha giocato un ruolo fondamentale in questa nuova campagna di liberazione continentale. La capacità di resistere nonostante l’embargo, nonostante la temporanea assenza del sostegno russo-sovietico, a poche miglia dalle coste degli Stati Uniti, funge da esempio e da propulsore a nuovi attori che intraprendono il medesimo percorso.
Il tentativo di introduzione di elementi di mercato (piccolo-commercio, artigianato) nel quadro di una economia socialista tradizionale, sulla scia del dinamismo economico cinese e vietnamita, indica la consapevolezza da parte del governo cubano, di poter effettuare dei cambiamenti senza perdere il controllo nella direzione politica del Paese, rafforzando al contempo l’economia nazionale e cementificare il consenso interno. Un altro perno su cui ruota il processo di integrazione americano è il Brasile, oltre ad essere tra i paesi del gruppo “BRIC” cioè di coloro che posseggono abbondanti risorse strategiche e una forte crescita del Prodotto Interno Lordo, e che recentemente ha proposto l’abbandono del Dollaro come valuta nel commercio internazionale. Due sono i fattori politici che hanno consentito il cambio di rotta, rispetto al passato: 1) una Borghesia nazionale non imperialista, la cui emancipazione da un dominio esterno corrisponde all’emancipazione popolare; 2) La presenza di un esecutivo socialdemocratico appoggiato anche dal Partito Comunista Brasiliano (PCdoB), che oltre a raggiungere importanti accordi in politica internazionale (come l’accordo tripartito Brasile, Turchia e Iran (3) ), combatte attivamente la povertà e le disparità sociali ereditate dal passato.
L’intervento finale di Fausto Sorini (Comitato Direttivo Marx XXI) si è focalizzato principalmente sulla sfida che i paesi del BRIC e il Polo eurasiatico imperniato sulla Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS), impongono agli Stati Uniti d’America, all’Unione Europea e al Giappone. Una sfida che nell’arco dei prossimi 30 anni, porterebbe (in base a proiezioni pubblicate sul Sole24ore) paesi come Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, ad incidere sulla ricchezza mondiale tra il 50 e il 60 %, rispetto alle nazioni del G7 che vedrebbero diminuire le proprie capacità sino al 25%. Uno spostamento del baricentro dell’economia mondiale dal centro alle periferie del capitalismo. Le amministrazioni americane sono perfettamente consapevoli del rischio, infatti concentrano la propria attenzione sull’Eurasia, conferendo ad essa un’importanza notevole negli equilibri mondiali: la guerra in Afghanistan, il controllo del Pakistan, il destino dell’India, la penisola di Corea, dove la proposta di riunificazione della Corea del Nord porrebbe fine alla presenza di installazioni militari statunitensi, ciò spiega il perenne stato di tensione tra i due stati e il recente rimpasto nel governo giapponese (4) . Il controllo della massa eurasiatica è l’ultima chance per potere ribaltare il progressivo declino della superpotenza americana e l’ascesa del gruppo BRIC unito da tematiche comuni quali 1) una politica estera non subalterna agli USA ; 2) una politica interna tesa a favorire l’interesse nazionale. Sorini indica la Cina non solo quale potenza egemone, ma la considera “epicentro della trasformazione socialista mondiale”, conferendo implicitamente ad essa il ruolo guida in un processo rivoluzionario globale.
In questo scenario Unione Europea e il Giappone assumono un atteggiamento ambiguo o contraddittorio. Da una parte aspirano ad un ruolo indipendente e concorrente all’atlantismo, salvo poi affidarsi allo scudo politico e militare statunitense quando vedono minacciati i propri interessi. Per quanto riguarda l’UE, il fatto che non rappresenti un’unità politica sostanziale, ma un coacervo di monarchie costituzionali, repubbliche parlamentari e presidenziali, Stati unitari, federali e regionali, dei sistemi amministrativi più vari, di ordinamenti di common law e di ordinamenti basati sulla codificazione, con la più straordinaria insalata di sistemi elettorali che è data di vedere nella storia del mondo (5), determina un margine ampio di autonomia dei singoli governi e dei gruppi economici dominanti nell’orientamento della politica estera e di reazione rispetto alla consapevolezza di diventare marginali o periferici nel futuro ordine globale. Le misure adottate dal Gruppo Fiat e avallate da Confindustria scaturiscono proprio da tale consapevolezza. Tentare una fuoriuscita dal declino ripiegando sulla compressione della forza-lavoro, ossia l’imposizione di maggiore flessibilità e diminuzione del salario, uscendo dal contrattazione collettiva nazionale. Un’ulteriore spaccatura verticale si verifica all’interno della borghesia, disunita nel modo di affrontare questo scenario di decadenza e ciò si ripercuote nella politica interna, su come gestire istituzionalmente il proprio ridimensionamento in una prospettiva di guerra globale o di compromesso.
(1) Grigory Ivanovich Kotovsky http://en.wikipedia.org/wiki/Grigory_Kotovsky
(2) “Il Sudafrica entra nel gruppo Bric?” di Marco Zoboli. http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19623
(3) “ Per il Partito Comunista del Brasile l’accordo con l’Iran rappresenta una vittoria antimperialista “ http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19531
(4) La “normalizzazione” del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi “emergenti” di Matteo Pistilli http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti
(5) “Come funzionano i Servizi segreti” di Aldo Giannuli. Capitolo 10 “Il quadro di riferimento” P.227
Luca Rossi
27/08/2010
