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Come ti propino lo stereotipo

Come ti propino lo stereotipo

Pretese trasmissioni di “intrattenimento” sono in realtà fabbriche del consenso basato su stereotipi. Sull’Islam e i musulmani viene fuori tutto il peggio di una tv-spazzatura. Ma, attenzione, i manovratori sono i primi a non credere alle storie che raccontano ai manovrati.


Domenica pomeriggio, una di quelle giornate uggiose per cui a causa di strane coincidenze ci si ritrova a sciabattare per casa, tra un libro, un computer e la tv. La accendo e faccio un rapido zapping… niente di interessante, ma qualcosa che desta la mia attenzione c’è. Canale 5, “Buona domenica”. Intuisco subito il tema, per forza: bare con il tricolore, Kabul, la giovane Sanaa uccisa dal padre marocchino, la Santanchè “aggredita da musulmani” perché manifestava “contro il burqa“.

Temi importanti, che da soli avrebbero bisogno di una trattazione lunga e complessa, con una tavola di esperti quali antropologi, storici, religiosi, analisti politici e quant’altro le moderne scienze sociali ci potrebbero offrire. Ma non solo: anche esponenti e rappresentanti delle comunità e delle nazioni che vengono chiamate in causa. Un giusto tavolo per un vero “dibattito democratico“, con diverse forze contrapposte capaci di discettare di un problema guardandolo da diversi punti di vista.

E invece chi c’è?! Vittorio Sgarbi, lo psicologo-psichiatra Meluzzi, un attore di nome Beppe Convertini e la nota Alba Parietti. Che dire, tutta gente con qualifiche adatte per parlare di temi tanto complessi.

Ma il bello deve ancora venire, perché la superficialità e la banalità con cui viene approcciato il tema fanno paura. Fanno paura perché, senza riportare per intero i monologhi di ciascuno dei sopraccitati – che potrete sicuramente ritrovare con facilità sull’archivio della trasmissione -, il delitto del padre marocchino, la strage a Kabul, il burqa, vengono tutti mescolati nello stesso calderone da cui l’insieme delle “nefandezze islamiche” farà finalmente uscire quella bella pozione, da bere tutta in un sorso per non farsi domande, chiamata “terrorismo”.

Ecco che allora il padre della povera ragazza Sanaa diventa “talebano” per la Parietti, ecco che la madre delle stessa ragazza è “ancora più integralista del padre”, ecco che ci si addolora tutti insieme per l’attacco subito dalla Santanchè, ecco che le donne musulmane sono “oppresse”.

Ma soprattutto è da riportare l’imperdibile uscita che fanno Beppe Convertini e un opinionista lì vicino, che chiedono insistentemente al fidanzato della ragazza defunta: “Ma il padre non gridava qualcosa in quel tragico momento?!”; e l’altro: “ma non è una questione di religione?!”, “ma non ha detto neanche qualcosa nella sua lingua che poi i Carabinieri hanno tradotto?!”.

Probabilmente la risposta attesa era: “Sì, gridava: nel nome di Allah ti ammazzo!”. Ma, ahimè, il giovane fidazato risponde di no, nessuna parola. Il padre non ha parlato durante il tragico momento.

A quel punto, nonostante l’ulcera stia rodendo il mio ancor giovane stomaco, mantengo la calma e cerco di pensare quale effetto potrà fare una trasmissione del genere su quanti, nel mio stesso momento, stanno guardando questo programma d’intrattenimento.

E allora mi immagino anziani soli davanti alla tv, famiglie annoiate e stanche a causa dell’intensa settimana lavorativa strette sul divano davanti alla scatola parlante, giovani che si preparano per uscire, che tra una passatina di gel e di mascara, assorbono la voce di questi intrattenitori.

In quel momento, come insegna Lippman, nel loro cervello si sta formando lo pseudo-ambiente, un ambiente invisibile costituito da notizie, pregiudizi interni ed esterni su un tema di cui non hanno un’esperienza reale, che tuttavia avrà conseguenze reali sui loro comportamenti.

Pian piano la vecchiettina che salutava così calorosamente la sua vicina di casa, giovane mamma marocchina col suo bambino, le toglierà il saluto e la guarderà con sospetto; i genitori della famigliola italiana penseranno che in realtà non è così bello che il vicino di banco del loro figlio si chiami Ahmed e venga dall’Egitto; il giovane operaio si convincerà che il suo collega sia un integralista perché la moglie porta il velo.

È così che si forma l’opinione pubblica, così si guidano le masse verso un nemico comune, da combattere senza neanche conoscere. Ed è così che gli si distoglie dai problemi veri, dentro e fuori il proprio Paese.

La presenza dei nostri soldati italiani in Afghanistan raccoglie il consenso perché è stato creato ad arte il “nemico islamico”. I nostri soldati sono lì per “portare la pace” e combattere il “terrorismo”. Quel “terrorismo”, e così si chiude il cerchio, che produce “padri assassini”, uomini prepotenti che impongono il burqa alle loro donne, fanatici religiosi che “si fanno saltare in aria”.

Ecco che il gioco è fatto, la massa si coalizza (tra l’altro come non si coalizza su nessun altro argomento, nonostante ce ne siano molti e di scottante attualità in Italia) e crede di essere davanti ad uno “scontro di civiltà”, “di religioni”. Tutto perché una scatola catodica attraverso i beniamini delle loro fiction preferite dice loro che è così, che il padre uccide la figlia “per la sua religione”.

Ma quando c’è qualcuno che s’impegna tanto per far entrare a forza nei cervelli delle convinzioni, bisogna chiedersi il perché. Non si può accettare il parere di un altro così acriticamente. Oggi più che mai sento dire spesso con vanto “io dico quello che penso”. Ma cosa pensi tu veramente? Sei sicuro che non ci sia qualcun altro che pensa già per te?

Il fatto umiliante per le persone dotate ancora di ragione è vedere che l’autore del teatrino non crede a quello che racconta ma che il suo pubblico ci crede eccome!

Siamo davanti ad un gioco molto semplice: il puparo sa che le sue marionette sono finte, sa di raccontare favole, sa di farlo per guadagnarci, e per questo vuole che il pubblico creda alla storia che racconta, ma lui non ci crede!

Ecco perché tutti i media belano all’unisono: tutti dobbiamo credere alla loro versione cosicché siano legittimate le azioni dei nostri politici, che altro non sono che marionette di un’America che detta legge ormai da tempo su di noi.

Guai allora a cantare fuori dal coro e provare ad interpretare la realtà secondo parametri diversi da quelli imposti, con strumenti di analisi approfonditi provenienti da anni di studio della storia, della lingua, della cività arabo-islamica e dalla conoscenza diretta di Paesi e persone dei luoghi ‘incriminati’.

Faccio tributo a Lippmann per aver espresso tanto chiaramente come funziona lo stereotipo.

Il nostro cervello filtra i dati in entrata prima che essi arrivino alla nostra intelligenza; ciò significa che i dati, già distorti ad hoc dalla macchina mediatica, vengono giudicati prima di essere pensati.

In questo modo il nostro universo di valori, fondato sugli stereotipi, viene mantenuto integro, affinché nessun corpo estraneo possa minare le fondamenta delle nostre credenze e quindi del nostro mondo.

Ecco perché è tanto difficile far ragionare diversamente colui che ha formato il suo punto di vista su stereotipi diversi dai nostri: non accetterà un dato che contraddice i suoi pregiudizi perché ciò lo costringerebbe a mettere in discussione il suo intero sistema di valori, e così le fondamenta del suo universo verrebbero minate.

Inutile quindi parlare della perfezione della lingua araba, della profondità spirituale della religione islamica, della grandezza dei resistenti palestinesi, della bellezza dell’architettura e delle moschee.

Inutile.

È stata presa la cultura “arabo-islamica”, ed è stata compressa in uno schema fasullo, o forse sarebbe meglio dire che le è stato strappato il diritto d’essere conosciuta, vietando al pubblico dei “grandi media” anche solo un assaggio della sua lunga storia, della sua lingua perfetta, delle sue diverse società, della sua religione, e prendendo episodi di singoli individui o piccoli gruppi sparsi tra il Marocco e l’Indonesia (uno spazio forse un po’ troppo esteso per farlo diventare un unicum!) è stata presentata una realtà che non esiste!

Qualche esempio per semplificare: il burqa è un abito tradizionale preislamico dell’Afghanistan (e non solo), ma dai nostri media pare sia l’abito di tutti i Paesi musulmani.

Altro esempio: l’Iran ha un’altissima percentuale di donne laureate, ma dai nostri media pare che il regime “fondamentalista” sia nemico delle donne.

E così via in un turbine di ignoranza e di arroganza che produce davvero lo “scontro di civiltà” di Huntington: ma solo per il popolino, beninteso, mentre le alte sfere producono guerre per guadagnare ed imporre il loro “mercato” su popoli con non lo vogliono.

Perché fare la guerra per “esportare la democrazia”? Credete davvero che a qualcuno importi delle donne afgane da liberare?! Suvvia, sono bazzecole da bambini.

Non si va in guerra, armati di tutto punto, a distruggere città, a combattere per anni, per “liberare le donne”. Si va per imporre il “libero mercato”, per arricchire le industrie belliche, per cambiare quei Paesi dove la “cultura” non permetterebbe di trasformare l’uomo in consumatore, perché quella cultura definita “integralista” ha ancora l’uomo al centro, la persona e i suoi bisogni, e non il profitto.

Consumisti e consumatori: questo noi siamo e questo vogliamo che gli altri diventino.

Per far ciò però c’è un prezzo: vite umane. Vite di civili che hanno la sola colpa di essere nati nel loro Paese, donne, bambini, uomini che il democratico Occidente si permette di andare ad ammazzare a casa loro, in nome della menzogna del “terrorismo” che serve a coprire interessi di potenti, di multinazionali ed industrie le quali però, attenzione, non condivideranno mai i loro profitti con la massa che li ha sostenuti, con i creduloni.

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